Il concetto tradizionale di salute è da sempre legato alla definizione coniata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1948, che la descrive come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non come la semplice assenza di malattie.
Tuttavia, un autorevole articolo pubblicato sul British Medical Journal evidenzia come questo approccio sia ormai superato e necessiti di una profonda revisione. Nel panorama contemporaneo, dominato dall’aumento delle malattie croniche e dall’invecchiamento della popolazione, considerare la salute come uno “stato assoluto” rischia di essere controproducente e riduttivo. Definire il benessere in termini così radicali può infatti favorire un’eccessiva medicalizzazione della società, spingendo verso la continua ricerca di prestazioni mediche anche per condizioni che non costituiscono reali patologie. Per questa ragione, un team di esperti internazionali ha proposto di sostituire la vecchia formulazione statica con una visione decisamente più dinamica e funzionale: la salute intesa come la capacità di adattarsi e di autogestirsi di fronte alle sfide della vita.
Questo nuovo paradigma mette al centro la resilienza dell’individuo e la sua abilità nel mantenere un proprio equilibrio e una percezione positiva della qualità della vita, perfino in presenza di una patologia cronica o di una disabilità. Si tratta di uno spostamento concettuale fondamentale che coinvolge tre grandi ambiti: quello fisico, quello mentale e quello sociale. Anche dal punto di vista della valutazione medica, gli strumenti di misurazione dovrebbero evolversi, focalizzandosi non più solo sulla sopravvivenza o sulla totale assenza di disturbi, ma sulla capacità del soggetto di reagire e di convivere attivamente con le proprie condizioni di salute. Accogliere questa prospettiva dinamica permette di promuovere un approccio alla medicina più realistico, centrato sulla persona e sulla sua reale autonomia all’interno del contesto quotidiano e lavorativo.
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